CORAL-MENTE Parte terza
Ed ecco il terzo articolo di Coral-Mente, l’ultimo appuntamento per conoscere in modo più approfondito il lavoro delle cinque artiste del gruppo LABIArts.
Lo spazio questa volta è dedicato alle voci di Carmela, Daniela e Isabella.
Il progetto che ha avuto il suo battesimo ufficiale a Lodi, non si esaurisce con quella esperienza, anzi proprio da lì si è innescato, o per meglio dire si è rinforzata l’idea, di dare ulteriore respiro, di dilatare i confini, di creare ulteriori punti di vista ai testi e alle fanzine stesse, portando l’opera a vivere di non sola presentazione, ma di una kermesse di eventi di arte partecipata, in modo che si possa ampliare l’idea di collettività dell’arte.
Carmela Pistidda – collagista, fotografa, pittrice
Questo lavoro nasce da una risonanza profonda: la poesia “Vorrei” scritta da Tiziana Moggi, ha toccato corde silenziose dentro di me. L’ho letta come se le sue parole fossero già mie, e solo dimenticate. Da quel sentire condiviso è nata l’urgenza di trasformare in immagini la mia interpretazione, il mio modo di interpretare quei versi, di attraversarli.
Ho scelto la forma della fanzine a fisarmonica per rendere il senso di un cammino interiore che si apre e si srotola, tra desiderio e visione. Ogni fotografia è un frammento, un respiro. Non una semplice illustrazione, ma un gesto di ascolto e di riscrittura che risuonavano in me.
Sul primo lato, le immagini accolgono l’inquietudine dolce di ciò che si vorrebbe vedere: una bellezza antica e imperfetta, segnata, come il viso della statua. Una coppia di poltroncine accostate parla di un’intimità desiderata, mentre i muri, le fronde, le crepe, diventano soglie, varchi immaginari in un tempo sospeso.
Sul retro, la narrazione si fa più eterea: le nuvole, l’acqua, la luce che filtra tra le canne, il cielo trafitto dalla scia di un aereo lontano. È la parte del “guardare oltre”, dell’attraversamento. Vorrei poter entrare negli elementi, leggerne i segni, lasciarmi attraversare dallo stupore e dall’incanto.
Ho inserito due brevi testi miei, come piccole presenze che si intrecciano alla voce della poesia originaria. Non spiegano, ma accompagnano. Sono la mia personale risposta al suo “vorrei”, fatta di sguardi, pause, immersioni.
Questo lavoro è un dialogo, un attraversamento poetico tra parole e visioni, tra ciò che siamo e ciò che ancora, timidamente, desideriamo diventare.
Daniela Spaggiari - artista visiva
Ho abbandonato da tempo l’idea della famiglia di “sangue” per accogliere nel tempo, quello di una famiglia mutevole composta da donne accoglienti con le quali ho condiviso negli anni molti progetti. È stata una crescita importante che è ancora in atto. Con loro sono stata presa per mano ed accompagnata a vivere uno spazio dove coesistono la sorellanza, l’accoglienza, il non giudizio, il sostegno, la comprensione, la presenza e la fiducia. Lo stare insieme conferisce stabilità e senso di appartenenza ed alimenta riflessioni e domande importanti da ri-condividere nel gruppo in un continuo processo creativo. Ho imparato a stare insieme nell’arte, acquisendo consapevolezza nel mio operare, come nella vita.
Quindi, quando è giunta la proposta di Tiziana su questo nuovo progetto, ho accettato con slancio. Da questo percorso insieme, non si è sviluppata solo la libertà di ognuna di noi nella sua espressività attraverso continui confronti ma anche la tenacia, il sostegno e la costanza con le quali abbiamo affrontato ogni tipo di difficoltà progettuale in questi due lunghi anni di incontri cadenzati online a causa della distanza. Anche questo è contenuto nella scatola nella quale abbiamo deciso da far riposare i nostri Riflessi di-Versi.
La lettura delle poesie di Tiziana Moggi ha attivato temi a me cari nella mia ricerca: il radicamento, il sentirsi a casa, i frammenti di memorie e la dualità luce/tenebra. Su questo ho costruito. Tornare a casa è felicità e sicurezza. Edificare dal nulla, costruire e creare uno spazio sottratto all’infinità dell’esterno facendosi architetti della propria vita: la scelta e l’atto di costruire è spirituale, si costruisce tra visibile ed invisibile. L’invisibile diventa visibile attraverso la luce che attraversa la tenebra. Lì lo spettro dei colori si forma sulla soglia. Si svelano i dettagli della costruzione, le sue forze ma anche le fragilità.
Per questo motivo anche la scelta della carta su cui adagiare il mio sentire e sentir-mi è stata importante e rientra nel processo: attraverso un bianco puro, la luce indaga per trovare l’essenza mette in risalto, in chiaro, pone nuove riflessioni. Imparare a costruire: fondamenta solide, come radici che si ancorano con tenacia per creare una connessione con le mie origini, trovare stabilità e forza interiore. Il tutto passa attraverso un tempo che si fa sospeso, le parole che hanno trovato risonanza, delle poesie di Tiziana, tratte soprattutto da Guardami e Incantesimo si mescolano, si trasformano, prendono una forma diversa, divengono frammenti che vanno custoditi con cura. Mi sono accinta a farlo: una piccola casa fatta di radici trattiene e cela luci ed ombre, i frammenti dei desideri, di sogni, di pensieri e ricordi. Il tutto ritrasformabile ancora, attraverso il gioco mutevole di un piccolo caleidoscopio di colori che rimanda all’infanzia, allo stupore ed alla meraviglia non solo del “guardare dentro” ma soprattutto del “guardare oltre” ciò che si pensa di vedere.
Isabella Tholozan - fotografa
Dall’idea di Tiziana Moggi nasce quindi “Riflessi di-Versi”, titolo già di per sé creativo, opera collettiva sviluppata infine sotto forma di fanzine, linguaggio affine ai concetti tipici del mondo dei fanzinari.
La poesia da me scelta è stata “Vorrei”, il leggerla mi ha fin da subito portato ad un concetto molto sentito, affine al fare fotografia, all’osservare, ad avere la giusta consapevolezza di ciò che i nostri occhi intrappolano in ogni istante della nostra esistenza di veglia. È pertanto così che “Vorrei” si fa desiderio ma anche, interrogativo. Cosa ci rimane di quello che guardiamo? Riusciamo ad essere consapevoli della vera essenza del mondo che ci circonda? Oppure è tutto abbaglio? E allora “Vorrei” occhi più grandi per poter catturare la bellezza e conservarla in un’estensione incanta. A saper andare in profondità è grazie a questa necessità, rappresentata nell’immagine prodotta, il voler vedere meglio, diviene promessa a me stessa, affinché il mio vedere il mondo sia il più possibile nobilitato dal proposito migliore possibile, intenzione che si espande ad una bellezza moralmente pura, capace di un abbraccio umanamente più ampio e corale. La costruzione fisica dell’opera si è definita con l’assemblare una serie di immagini di archivio, risalenti ad alcuni anni fa, capaci però di mostrare particelle di realtà, attimi brevi, intrappolando natura animale, vegetale, umana, spirituale. Le immagini così raccolte si modificano attraverso una postproduzione, a dimostrazione visiva del concetto di “tangibilità” percepita oppure filtrata emotivamente. Un mosaico dove lo sguardo deve sforzarsi di riconoscere la realtà, alla ricerca della consapevolezza.



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